Balanchine, Robbins, Bejart
al Teatro dell’Opera di Roma
Recensione di Davide Vespier
Al Teatro dell’Opera di Roma
Successo personale del calabrese Alessandro Riga


Roma, 4 maggio 2011
C’erano molte ragioni per andare al Teatro dell’Opera la sera del 3 maggio scorso. Si trattava della prima di uno spettacolo di balletto nel quale venivano assemblate creazioni diverse di tre importanti coreografi del novecento: Balanchine, Robbins, Bejart.

Il corpo di ballo offriva le sue stelle più lucenti: Alessandra Amato e Gaia Straccamore. E in più due ospiti superbi, Giuseppe Picone e Alessandro Riga. Tutto all’insegna di talenti italiani che, a quanto pare, non sono così pochi né da sottovalutare, per di più al di fuori del circolo vizioso della mondanità.

Si tratta di artisti seri che col duro lavoro quotidiano stanno sbocciando (eccetto Picone che è già riconosciuta etoile internazionale) ed offrono, nonostante le grandi difficoltà d’apparato, grandi speranze per la danza italiana. Per di più, come nella nostra migliore tradizione, artisti dalle spiccate personalità, che li distinguono dai soliti modelli in circolazione, tutti di grande prestazione ma anche tutti omologati sullo stesso taglio virtuosistico.

Se ben indirizzati e se continueranno ad avere occasione di crescita, cosa poi non così scontata, potranno arrivare ad essere quei ballerini che per l’appunto fanno la differenza, la cui eco non passa al volgere di una stagione, soppiantata dal fragore della nuova leva di turno.
E così, ci siamo lasciati coinvolgere dai degagès lunghi e ammalianti della bella Alessandra Amato, che ha raggiunto forma smagliante e un buon bilanciamento tra pulizia, morbidezza e musicalità. Anche se la vorremmo dal viso più mobile ed emotivo. La Straccamore si è fatta interprete raffinata e solida, sebbene permanga nel suo antico difetto di irrigidire la testa nei giri, eseguendoli con difficoltà.

Uno spazio a sé richiede “Chajcosvky pas de deux” con Picone e Alessia Gai. Quintessenza della teoria balanchiniana, emerge per fluidità e velocità di concezione del gesto che scaturisce spontaneamente pur nelle combinazioni più ardite, sempre asservito alla partitura.

Nonostante il grande impegno tecnico che richiede ai danzatori, mai degenera in atletismo giacché le evoluzioni più complesse sono sempre frutto di procedimenti tecnici. Non un’agilità una forza una flessuosità generica, da sfoggiare al massimo grado ad ogni occorrenza, ma abilità precipue, come piroettes dal passè staccato che dia un effetto a spirale fluido ed elegante; dettagli che sanno rendere  l’insieme più bello quasi per un “non so che”. Tradire simili accorgimenti è rendere un cattivo servizio al coreografo, che è poi il padre moderno della vera danza, il cui spirito rischia di morire nei saltimbanchi da baraccone applauditi nei teatri internazionali.

La Gai non era all’altezza dell’opera, per l’incompiutezza tecnica che le ha reso una perfomance piena di sbavature e qualche volta fuori battuta.
La padronanza tecnica di Picone è invece nota, anche se c’è parso un diamante grezzo proprio in un pezzo di bravura che invece non ammette sciatterie. In ogni caso, fin dalla prima entrata in scena fortemente compromesso in credibilità da un costume oramai improponibile, con casacca di un confettoso celeste, fiocco e collettone alla marinara: un pinocchio in calzamaglia.

Infine, vorremmo concludere con qualche parola su “Gaité Parisienne” di Maurice Bejart. Omaggio alla danza e ai danzatori, sempre intesi dal coreografo francese come sacerdoti di un culto misterico.
Corpo e anima, “sport e religione” è la danza per Bejart, che ce lo lascia intendere tra le righe di una composizione fantasmagorica e iridescente di luci e di allegri.

Su musiche di Offenbach, Alessandro Riga, giovane danzatore crotonese, veste i panni della star della serata, in una perfezione formale, stilistica, interpretativa che dà vita ad una danza dalle spiccate qualità dinamiche, in cui accademismo e contro – accademismo si parlano con naturalezza.
È il ruolo di un giovane danzatore che aspira a diventare grande, giocando con il proprio corpo tra il rigore di un training classico imprescindibile e la gioiosa scoperta del movimento libero che è la vera origine di ogni forma di danza. Coreografia meta – coreutica, nella quale un bravo ballerino è chiamato a divenire se stesso, comunicando, con una buona dose di auto – ironia, la passione che lo spinge a muoversi. Compresenza di stili che Riga ha dominato con un pizzico di istrionismo, che lo ha reso più esplicito e coinvolgente, attestandosi come interprete maturo, tra le figure di miglior pregio nel panorama della danza maschile italiana.


Balanchine, Robbins, Bejart
Balanchine, Robbins, Bejart













Balanchine, Robbins, Bejart













Balanchine, Robbins, Bejart


Balanchine, Robbins, Bejart



Balanchine, Robbins, Bejart