Fabrizio Laurentaci - intervista
La creazione dell’universo. Intervista a Fabrizio Laurentaci
Luglio 2009 - Intervista di Emiliano Condò

Uno sguardo che scava e non ha paura di soffermarsi. La gestualità è quella di chi fatica a contenersi; basta accennare all’arte per scatenare un diluvio di idee, stimoli e suggestioni. Fabrizio Laurentaci, coreografo, danzatore, romanziere e, da giovane anche attore, non ama soffermarsi sul passato. Trent’anni di palco non sembrano aver minimamente spento la sete di ricerca di nuove idee e forme di espressione.

Fabrizio, dopo tanti anni di lavoro, prima come danzatore, poi come coreografo, che cos’è, per lei, la danza?

“Una bella domanda per cui non esiste una sola risposta. Ogni risposta ha un suo tempo. Oggi posso dire che la danza è l’arte che può esprimere la comunicazione attraverso il movimento. Ma non si può prescindere da una dimensione spazio temporale.
Quando parliamo di danza come Arte è un conto. Se invece parliamo di danza allo stato puro, cioè senza considerarla nella sua collocazione abituale, attraverso un qualsiasi medium, dal prato di casa al teatro, allora, in questo caso la danza è la creazione stessa dell’universo”.

Come è entrata la danza nella sua vita?

“È una passione nata quasi per caso, per curiosità. All’inizio volevo fare l’attore. Sognavo di recitare da quando avevo 4-5 anni. Però avevo due sorelle che ballavano e andando a vedere uno dei loro saggi c’è stato il colpo di fulmine. Così ho iniziato. E alla fine, dopo 4 anni di dubbi, ho scelto la danza”.

Quando ha fatto il suo primo vero spettacolo da danzatore?
“A 15 anni, e studiavo da sei mesi. Ho iniziato con la danza moderna. L’anno successivo ho cominciato a studiare danza classica”.

C’è qualcuno, un maestro in particolare, a cui sente di dovere qualcosa?
“Ho avuto tantissimi insegnanti. Quelli importanti, però, si contano sulle dita di una mano. In assoluto, per quello che riguarda la consapevolezza del mio corpo e di tutto il suo potenziale, partendo dal respiro, devo molto a Wilma Valentino, che insegnava all’Accademia Nazionale di Danza. Lei mi ha letteralmente distrutto e ricreato da capo. Nonostante io venissi già da diverse esperienze, anche come primo ballerino. Ed è stata una bella sfida, capire che era importante ricostruirsi e rimettersi totalmente in gioco per salire di livello.
Ricordo con grande affetto anche il mio maestro di jazz Nat Bush”.

E invece, come danzatori quali sono quelli a cui si è ispirato?
“Nureyev in assoluto. Pochi come lui hanno esplorato la danza a 360 gradi. Baryshnikov, invece, l’ho apprezzato più avanti. Ho amato molto Gene Kelly, ed oggi, invece, amo ancora di più Fred Astaire. Due talenti enormi. Apprezzo il lavoro di alcuni nomi della danza contemporanea, come Russel Maliphant. Ma Nureyev, per me, resta fondamentale. Rappresenta quella che chiamo una “svolta energetica” nella storia della danza”.

Ci sono coreografi cui si sente particolarmente legato?
“Quando avevo 18 anni, ho avuto la fortuna di assistere al Teatro Petruzzelli ad un’intera retrospettiva dedicata a Kylian e Forsythe. Per me è stata una folgorazione. Erano stili molto diversi, è vero, ma, semplicemente ho realizzato che un giorno mi sarebbe piaciuto fare quello che facevano loro”.

Ma c’è nella sua vita un punto di non ritorno?
Un momento in cui ha realizzato che la danza sarebbe stato il suo lavoro?

“Si, anche se è una cosa di cui non ho mai parlato e oggi mi fa un po’ sorridere. Un giorno stavo camminando per strada e mi sono visto in una vetrina. Ero a Roma con la mia famiglia, e volevo venirci a vivere. E, soprattutto, ero ancora indeciso su cosa fare della mia vita. Insomma, in questa vetrina ho visto la mia immagine che avevo lasciato poco prima nello specchio. Ovviamente non così nitida. Vedevo la sua sagoma, e a quel tempo portavo i capelli lunghi. La sua sagoma mi piaceva. Invece, quando mi guardavo allo specchio, trovavo sempre dei difetti. Da persona innamorata del cinema, avevo una visione che finiva sempre nell’immagine. Il problema è che ero troppo narcisista. Davanti ha quella vetrina ho capito che la sagoma, e i movimenti che faceva, per me erano molto più interessanti. Lo specchio, l’immagine ferma, invece mi portava ad esasperare un narcisismo latente che finiva per diventare una sorta di depressione. In fondo, il narcisista è un depresso malcelato”.

E’ stato difficile abdicare al sogno di recitare?
“Il problema era che come attore ho avuto sempre, in maniera inattesa, dei consensi. Il mio primo e unico vero premio l’ho vinto come attore. In un concorso nazionale di poesia. La soddisfazione sta nel fatto che questo premio non lo assegnavano sempre ma solo se lo ritenevano necessario. Altrimenti se lo tenevano nel cassetto. E l’ho vinto all’unanimità. Non so se ho abdicato!”

Danzatore, coreografo, attore, romanziere…
Fabrizio Laurentaci sogna l’artista totale?

“Credo non ci debbano mai essere limiti all’espressione. Se una persona sente di dover e poter fare qualcosa, deve farlo. Il punto, poi, è trovare un folle che crede nel tuo progetto. Il problema non è mai nell’espressione, ma sempre nella sua purezza. Se uno scrive e crea qualunque cosa in modo ruffiano, per cercare il consenso, allora tramonta ogni tentativo di espressione pura.”

Ad un certo punto le è venuto desiderio di scrivere.
Perché proprio un romanzo? Ha seguito qualche scuola di scrittura?

“No. Nessuna scuola che non fosse uno studio molto serio. Se una persona ha la curiosità, allora la cultura la coltiva naturalmente. Per fortuna ho sempre avuto facilità a scrivere. E la scrittura è sempre stata, per me, un modo per raccontare l’indicibile. Anche attraverso i personaggi che creo riesco a trasferire la mia interiorità.
Quando ho iniziato a scrivere il romanzo, che mi ha portato via tre anni, ho trovato una grande collaborazione tra queste due forme. Una mi veniva in soccorso nei momenti di stanca e sconforto dell’altra. Si sostenevano a vicenda. Ed è una cosa che ho capito dopo”.

Però la danza nel romanzo ha sentito il bisogno di mettercela…
“È vero, sono partito con un romanzo collocato nel mio ambiente naturale, anche se, poi, c’è anche la radio. Non l’ho fatto volutamente. È una storia che ho tenuto dentro di me per diversi anni, e poi è esplosa”.

C’è in gestazione qualche nuova fatica letteraria?
“Ho più di un progetto e non vedo l’ora di ricominciare a scrivere. Ne sento proprio la necessità. Chi può fare un lavoro di sola creatività, anche se ha i suoi travagli, ha la fortuna di poter produrre qualcosa che è dentro di sé”.

Cosa cambierebbe se dovesse riscriverlo oggi?
“Ci sono delle parti che ora sento un po’ più distanti nello stile. Invece la struttura continua a piacermi. Anche ora che ho studiato molto di più la scrittura. Forse cambierei un certo modo di descrivere. Cercherei qualcosa di più asciutto, anche se le persone che hanno letto lo hanno amato anche per questo”.

Oltre alla danza e alla narrativa c’è un’altra grande passione nella sua vita:
il cinema.

“Assolutamente si. Il cinema è un amico. Io col cinema ci parlo, senza che sia necessario aprire bocca. Un buon film è uno scambio di confidenze”.

Se le venisse offerta la possibilità di girare un film, lo farebbe sulla danza? “Perché no. Ma mi incuriosirebbe anche un’esperienza diversa, qualcosa che non mi faccia sudare sempre negli stessi vestiti. Sono portato a ciò che porta nel nuovo, nel diverso. Mi piace l’idea di cercare e raccontare una propria verità attraverso la finzione”.

Nella sua carriera c’è mai stato un momento in cui ha detto “adesso basta! Cambio totalmente vita e ricomincio da capo”?
“Si. Ieri! Mi è successo più di una volta. In un lavoro come il nostro se non ti fai continuamente domande muori. Chi come me insegna e fa coreografia deve saper gestire queste due parti, e non sempre si riesce come si vorrebbe. Trovare i tempi e i modi è la cosa più difficile del mio lavoro. Se poi consideriamo che da noi non esiste cultura del movimento… il pubblico che viene a fare la lezione di danza spesso non ha cognizione di questo”.

Cosa pensa di tutte queste trasmissioni televisive per teenager che utilizzano il mezzo danza a fini di intrattenimento. Sono utili per la diffusione della danza o dannose?
“Senza voler essere snob… la danza che ci propina la televisione è fuorviante, carica di retorica e di gusto discutibile. Ma la cosa peggiore è che nei ragazzi si finisce per alimentare tutto quello che non c’entra nulla né con la danza né con la cultura del movimento. La danza è un’altra cosa. In tv è ridotta ad un pretesto. In realtà il ragazzo non è concentrato sul movimento e sulla coreografia ma su tutto quello che gli ruota incontro. Come se io e lei andassimo a vedere un film e ci limitassimo a guardare la platea per vedere se c’è qualche attore. Disinteressandoci totalmente del film!”

Qual è lo stato di salute della danza in Italia?
“La danza sta come la cultura: male.
Sono cose che non si possono scindere. Se io mi alzo domattina e dico che sono il più grande coreografo che sia mai esistito nella storia dell’umanità, questo non è un reato. Il problema è quando la gente comincia a credermi. Quindi tutto torna alla mancanza di cultura a livello base. Quando la cooscenza esiste, è difficile inventare fandonie. E nello specifico della danza basta pensare che nelle scuole italiane non c’è nessuno che parli della cultura più antica del mondo, quella del movimento.
Sulle scuole di danza poi, stendiamo un velo. Non può neppure immaginare che sottobosco esista. Scuole che si aprono come funghi con persone improvvisate. E la gente paga. Poi, per fortuna, esiste anche altro”.

Parliamo del suo nuovo progetto.
Due forze diverse, un laboratorio e uno stage.

“Si, sono due esperienze differenti, sviluppate in un arco temporale diverso.
Il laboratorio coreografico si sviluppa nell’arco di un’intera stagione. La difficoltà principale è stata quella di assemblare delle diversità unendole in una motivazione comune. E poi, fondere le diversità in un unicum. Ma questa è anche la grande ricchezza del laboratorio. Nel laboratorio si lavora non tanto sulla tecnica, quanto su certi aspetti tematici e specifici del movimento. E avere energeticamente lucide le persone dopo un mese è difficile. Soprattutto il primo giorno di ogni incontro, è difficile ristabilire il giusto livello tensivo. Quest’anno ci siamo molto aiutati con la tecnologia, con i filmati. Abbiamo aperto un blog e ci sarà anche una mostra fotografica che rappresenterà una sintesi visiva del nostro lavoro. Abbiamo trasformato in creatività queste diversità”.

In questo nuovo lavoro approfondisce ulteriormente il tema del corpo?
“In parte si. Ma ho puntato molto su di un aspetto della diversità. È un percorso talmente complesso che sto pensando di dedicargli almeno un triennio.

Qual è stato il risultato di questo lavoro?

“La prima coreografia si chiama "Chi vuole essere normale". È un percorso vivente. Non è che io arrivo, guardo i danzatori e decido che coreografia fare. La coreografia prende forma dopo i primi tre week end, secondo le sollecitazioni e gli stimoli. Quest’anno ho scelto una narratività molto semplice, una seduta di psicoterapia vista attraverso tutte le fragilità e le suggestioni dei protagonisti. Ognuno di loro viene fuori attraverso il movimento con una buona dose di spontaneità: è un’altra delle peculiarità del laboratorio.
La seconda coreografia si chiama "Un giorno diverso" e fa parte sempre di questa diversità che si ignora, di cui noi per primi abbiamo paura. Abbiamo paura di andare verso il nostro anelito, quello vero. Invece ci lasciamo continuamente sconfiggere. Lo scopo era raccontare questa pulsione, parlare di un’ implosione che esiste nell’individuo moderno. Ho lavorato con non poca difficoltà sui ragazzi: vivono l’implosione, ma inconsapevolmente. Le spiego il senso: evitare di raccogliere le provocazioni continue che una società come la nostra induce è un’implosione, ma lo è anche il continuo rifugiarsi dove sembra più facile e comodo andare, apparentemente più sicuro, ma molto limitativo. Andiamo sempre a rifugiarci nelle finte certezze, un po’ perché ce lo tramandano i nostri genitori, un po’ perché la società vuole per forza assegnarci dei ruoli. Per cui l’individuo che ce la fa, spesso ce la fa attraverso mezzi che non sono ortodossi”.

In che cosa si sente diverso Fabrizio Laurentaci?
“Forse in una cosa. Non ho più paura di morire”.

Un’affermazione forte.
E come l’ha esorcizzata, qualche suo lavoro precedente?

“In parte si, e in parte anche per episodi della mia vita. Non mi fa paura, vivo la vita come una fase non come La Fase. E per me ne esistono parecchie. Quindi guardo la morte quasi come una curiosità. Quando è il momento di andare dico “ok, vediamo che c’è dopo”.

Qual è secondo lei il suo miglior lavoro come coreografo?
Qualcuno in passato o quello che devi ancora fare?
“Vorrei sempre che fosse quello che sto realizzando. Perché ci metto tutto me stesso ogni volta. Sui progetti futuri preferisco non parlare, un po’ per scaramanzia. Ci sono delle cose interessanti a cui sto lavorando.
C’è sempre un’idea originaria, un qualcosa di antico che ti nasce dentro. Ma poi c’è una componente deduttiva.
Il lavoro del coreografo, in questo, è simile a quello del regista. C’è un continuo scambio tra induzione e deduzione. Tu ricevi e poi ridai, e quindi ricevi nuove sollecitazioni e modifichi. Ovviamente stando attento a non perdere la strada”.

Una continua costruzione in corso d’opera?
“Penso che in fondo il bello del gioco sia proprio questo. Non è bello giocare a qualcosa se sai già come andrà a finire”.

Perché uno spettatore dovrebbe scegliere il suo spettacolo?
“Perché potrebbe uscirne diverso. Senza necessariamente capire tutto, anche perché se uno spettatore capisse tutto poi dovrebbe spiegarlo a me”.

Il nome del suo laboratorio coreografico è Flowmotion. Da dove nasce?
“Per dare il senso del divenire, della fluidità. Per tornare all’inizio, forse la danza è proprio questo: il senso stesso del divenire”.


CASTELLI DI PAGLIA - il romanzo di Fabrizio Laurentaci

Fabrizio Laurentaci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabrizio Laurentaci