In scena al Teatro dell'Opera di Roma dal 15 al 21 ottobre 2010.
Coreografia di Frederick Ashton
Interpreti:
Sylvia - Polina Semionova e Alessandra Amato
Aminta - David Hallberg, Robert Tewsley e Damiano Mongelli
Orione - Mario Marozzi, Paolo Mongelli e Manuel Paruccini
Eros - Riccardo Di Cosmo, Alessandro Tiburzi
e Giuseppe Schiavone
ORCHESTRA E CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA.
Allestimento dello Staatsballet di Berlino
Recensione di Davide Vespier
Ad accogliere lo spettatore, venuto all’Opera per la prima di Sylvia (balletto in tre atti di Frederick Ashton e Léo Delibes) non sono state le celebri scenografie italiane, fiore all’occhiello del talento nostrano, solitamente incantevoli per giusto dosaggio di fantasmagoria e sobrietà, bensì quelle dello Staatsballett di Berlino. Sebbene di grande impatto per la resa di situazioni diverse, queste ambientazioni ci parevano fuori dalle proporzioni armoniose delle italiane e cupe e pletoriche nelle strutture architettoniche classiche, così come gigantesche negli antri boschivi.
Ancor di più, i costumi, sempre di stessa mano, finivano per diventare carnevaleschi nella parata finale del terzo atto, in cui una accozzaglia cromatica frastornante faceva ressa con celestini improbabili nelle calzamaglie dei fauni o la parrucca giallo oro del dio Eros; per non dire della sua fiaccola da statua della libertà o di un dio Apollo da avanspettacolo (come si diceva una volta).
Tutt’altro che osservazioni marginali in un balletto, perché niente influenza la ricezione di un bel disegno coreografico quanto la appropriatezza dei costumi, che rischiano di alterarne le linee con accessori esorbitanti e tessuti poco fluidi, o con colori infelici rendere indegno di ogni sguardo quel corpo che si muove.
Ciò detto, la ragione vera per assistere ad una recita di Sylvia resta quella di poter ammirare il genio di un coreografo del novecento che scrisse queste pagine di pura danza nel '52, per una danzatrice speciale che restò sempre la sua musa “dalle miracolose proporzioni di una dea”.
Frederick Ashton e Margot Fonteyn è la vera coppia del balletto inglese, che occhieggia ancora tra le pieghe di questa creazione tutte le volte vi riusciamo a scorgere la mano di lui o il piede di lei.
In questa opera giovanile Ashton rivela in pieno le sue doti creative che gli permettono di confezionare, con materiale accademico e squisito classicismo, intrecci peregrini ed evanescenti al tempo stesso, cuciti addosso alla musica di cui interpretano con finezza ogni cadenza, in sequenze originali che vivificano il solito linguaggio del balletto.
Ashton si fa coreografo “balanchiniano”, interessato ad incarnare il fenomeno musicale più che a narrarci una storia e a lasciar esprimere al corpo tutta la gamma delle sue espressività, attraverso una tecnica delle più formali, ma tenendosi ben lontano da ogni sospetto di virtuosismo.
Che questa veste coreografica calzasse a pennello alla Fonteyn lo si riconosce dalla ricchezza di aplombe, degli equilibri tesi di cui è costellata la danza, quasi contrappunto prezioso che la alleggerisce e che erano il suo pezzo forte. Così come la variegata coloritura interpretativa, dalla spavalderia della amazzone, nei salti e nei pugni chiusi, al languore della donna ferita da Eros, tutta punteggiatura; dalla danza esotica dell’ammaliatrice, nei conturbanti ammiccamenti “delle proporzioni divine”, al contegno di alta scuola del terzo atto, tutto ci richiama il talento di lei.
E ancora, quell’espressività tutt’altro che recitata dalla maschera del viso, bensì vissuta dal corpo intero, dal colpo indietro della testa regale, alla morbidezza del braccio e della mano, fino all’alluce che si fissa in quel punto, e in quello solo, era questo a fare bella la danza di dame Margot.
È indubbio che la grande ballerina sia il fulcro di questa creazione che, come scriveva Clive Barnes, fu un vero omaggio alle sue doti tecniche ed interpretative, "una ghirlanda donata alla ballerina dal suo coreografo".
Se, però, ci si aspettava tutto questo da Polina Semionova, in scena come Sylvia, si rimane delusi.
Una danzatrice che alcuni giornali passano per "fuoriclasse", sicuramente in possesso di una tecnica più appariscente di quella della Fonteyn (com'è per la maggior parte delle danzatrici di oggi) ma che manca di finezza interpretativa.
Nonostante la lunghezza delle linee non ne possiede la grazia, perché le braccia restano rigide e le gambe spigolose.
Quel viso sempre rivolto al pubblico, poi, che hanno tutte le russe e le ucraine di oggi, un po’ vecchio stile recitato (ma che le grandi del passato evitavano), oggi non va più, bensì è richiesta al danzatore un’interpretazione a scena chiusa, innalzando cioè una parete invisibile tra sé e il pubblico.
David Hallberg non emerge granché in uno spettacolo poco prodigo di spazi per il suo ruolo, ma rivela subito port de bras armoniosi ed una leggerezza nei salti che, accanto al pallore latteo del corpo (è uno statunitense biondo perfino nelle sopracciglia), gli conferisce un aura soprannaturale.
Due ballerini di rango nei loro diversi complessi di appartenenza, ma non due fuoriclasse.
Oltretutto oggi, su YouTube, è possibile ammirare pure la versione del Royal Ballett di qualche anno fa, con una Darcey Bussell molto più convincente, pure tra qualche virtuosismo a lei tanto congeniale, e interprete fluida, musicale, espressiva.
Degli italiani è da dire ben poco.
Il corpo di ballo pare affiatato, con qualche talento che si intravede qua e là, ma si avverte il solito rischio, anche questo nostrano, che sia difficile per i bravi emergere in contesti fortemente politicizzati che quasi mai concedono le opportunità migliori a chi si affida solo al proprio talento…
Inoltre, a dirigere la compagnia non c’è più Carla Fracci, che pure ha avuto il merito di aver condotto il balletto dell’Opera a livelli di professionalità prima inimmaginabili.
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Polina Semionova

David Hallberg
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